La comunità

Quale comunità vuoi visualizzare?

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

Martin Scorsese da giovane avrebbe voluto diventare prete. Molti suoi personaggi soffrono e cercano la salvezza, non avendo trovato la grazia

in  cristianesimo , cultura

Martin Scorsese

(Timothee Girardin) Con il film L'ultima tentazione di Cristo, uscito nel 1988, Martin Scorsese provocò l'ira della Chiesa cattolica. Lo stesso cineasta è stato ricevuto con favore in Vaticano, nel 2016, e una folla entusiasta di gesuiti ha applaudito la sua ultima opera, Silence.
Dai tempi dell'Ultima tentazione di Cristo la percezione di Martin Scorsese tra i cattolici è cambiata completamente. C'è da domandarsi se a evolversi sia stato lui oppure la Chiesa. In realtà anche se l'uscita di Silence segna la fine di un grande malinteso con il mondo cattolico, è rivelatrice delle contraddizioni del cineasta, il provocatore di The Wolf of Wall Street che, tre anni dopo, si fa docile come un agnello nell'aula Paolo VI, all'ombra della basilica di San Pietro a Roma. Un paradosso apparente che invita a riscoprire, a fianco di affreschi infernali come Casinò o The Departed - Il bene e il male, un'opera attraversata dalla questione del peccato e della redenzione.

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

È prima di tutto culturalmente che la religione occupa un posto a parte nei film del regista italoamericano. La gioventù descritta in Mean Streets, il film che l'ha fatto conoscere, nel 1973, offre uno spaccato dell'ambiente di provenienza del cineasta, il quartiere di Little Italy a New York, in cui il prestigio della mafia compete con quello della Chiesa. I due personaggi principali, Charlie e Johnny Boy, riassumono tutto l'universo scorsesiano: da un lato il giovane idealista diviso tra ambizione e slanci di carità ispirati da San Francesco d'Assisi, dall'altro lato un giovane cane rabbioso che non fa che pentirsi per meglio degenerare di nuovo, un po' come il personaggio del traditore Kichijiro in Silence. Ma in Mean Streets si trova soprattutto l'origine dell'immaginario cattolico, a volte sulpiziano, che alimenta tutta la filmografia di Scorsese, che sia per presentare Jake La Motta con le braccia divaricate sul ring in Toro scatenato o Howard Hughes, su cui il proiettore di una sala cinematografica dipinge un'aureola in Aviator.

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

Troppi venerdì santi, troppo poche domeniche di Pasqua

Adepti dei misteri dolorosi più che dei misteri gaudiosi, i personaggi di Scorsese sono tormentati dal senso di colpa e distorcono l'atto di penitenza in semplice sofferenza auto-inflitta. In un cortometraggio uscito nel 1967 e intitolato La grande rasatura, il cineasta metteva in scena un giovane davanti a uno specchio che si rasava fino a sanguinare. Inserendo nello stesso gesto la ricerca di purezza e l'autodistruzione sanguinosa, quel filmato tanto breve quanto terrificante può essere considerato come la genesi di un'opera violenta. È probabilmente qui che Scorsese devia dalla sua ispirazione cristiana per offrire una visione più pessimistica della condizione umana. “Troppi venerdì santi, troppo poche domeniche di Pasqua”, è il commento che fece padre Principe al suo chierichetto diventato regista, riferisce Richard Schickel in Martin Scorsese - Conversazioni su di me e tutto il resto (Bompiani, 2011). Il cattolicesimo di Scorsese ha infatti difficoltà a varcare la soglia della Risurrezione: nel mezzo delle sofferenze si cerca invano il sostegno della fede o la luce della grazia.

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

Eppure nei suoi film ci sono anche tracce di luce, ad esempio nel modo in cui è rappresentato l'essere umano nella sua condizione di umile peccatore. Lo si vede chiaramente in un film come Toro scatenato, una biografia del pugile Jake LaMotta che Scorsese realizza dopo essere uscito da un periodo difficile della sua vita, segnato dalla droga. "Io so una cosa: ero cieco, e ora vedo": l'evangelista Giovanni non è citato per caso all'inizio del film, costruito interamente come una confessione. Nella loggia di un teatro, un vecchio Jake LaMotta recita il suo testo di fronte a uno specchio. È il racconto della sua vita che è stata crudele, non solo sul ring. Tutto il cattolicesimo di Scorsese è racchiuso in questo modo di utilizzare l'immagine che permette ai personaggi di mostrare le loro ferite, le sofferenze e la loro ricerca della salvezza.

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

Immagini maledette e immagini sante Il cattolicesimo esitante di Scorsese presenta la condizione del peccatore come un cammino che porta a Cristo, ma anche come una maledizione. L'esitazione tra i due aspetti  influenza profondamente il suo cinema introducendo un'ambiguità che a volte fa del dolore una forza dialettica - come in Toro scatenato -, mentre  altre volte porta l'essere umano alla perdizione.

Martin Scorsese. Troppo dolore e poca gioia

Il malinteso intorno all'Ultima tentazione di Cristo è legato a questa ambiguità delle immagini. Il film descrive gli ultimi dubbi di Gesù sulla croce e la vita che un angelo gli mostra se rifiuterà il supplizio. Dopo una lunga riflessione che dura degli anni, Gesù identifica, nella visione mostratagli dall'angelo, l'ultima tentazione: lo ritroviamo dunque sulla croce, pronto al suo sacrificio. Sulla carta, tutto è tornato a posto, ma sullo schermo i conti non tornano. Il fatto che il pubblico abbia ricordato, del film, soprattutto la sua dimensione carnale, dice che Scorsese non è riuscito a far emergere la dimensione della ricerca della salvezza che pure sembra essere una sua ossessione.

Anche Silence fatica a rappresentare lo slancio della grazia, ma andando nella direzione opposta: è la storia di un personaggio che si spoglia poco per volta di tutto ciò che lo lega alle immagini e che finisce col rigettare i simboli della sua fede. Il progetto di Silence risale agli anni 1990 e può essere visto come una risposta al suo film del 1988: due adattamenti di romanzi che affrontano il tema del martirio. Il film del 2017 ricorre a un minor numero di artifici, ma Scorsese non riesce a rinunciare alla tentazione della capriola finale - l'unica libertà che il regista si prende nei confronti del romanzo - che lascia intendere che la vera fede, in questo racconto, è quella che rimane segreta, e che non sa manifestarsi. Può essere letta come un'interpretazione ottimistica del romanzo o come l'ammissione, da parte del cineasta, del proprio fallimento. Come nell'Ultima tentazione di Cristo, il cuore del film conciste in ciò che Scorsese non è stato capace di mostrare. (in La Vie; trad. it. G.M.Schmitt)